La mobilità aziendale si trova al centro di una rivoluzione silenziosa ma profonda. Ieri al Senato — in un evento promosso da Best Mobility, l’associazione dei fleet e mobility manager italiani, con la partecipazione di esponenti parlamentari — si è parlato di intelligenza artificiale applicata agli spostamenti d’impresa ha occupato la scena, con un’analisi di dati, scenari e sfide concrete per chi ogni giorno gestisce flotte, viaggi e trasferte.
L’appuntamento ha riunito ricercatori, rappresentanti del settore automotive e delle istituzioni in un confronto che ha messo a fuoco qualcosa di cui il business travel non può più fare a meno: capire dove sta andando la mobilità, e attrezzarsi per tempo.

Il quadro macro: infrastrutture e competitività
A dare alla discussione uno sguardo strutturale è stato Andrea Giuricin, professore dell’Università di Milano Bicocca, consulente della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite, e tra i massimi esperti europei di economia dei trasporti.
La sua tesi di partenza è chiara: le infrastrutture — sia fisiche che immateriali — sono la vera spina dorsale della competitività di un Paese. Nel contesto italiano, questo significa ragionare su grandi opere come il collegamento ferroviario Torino-Lione o il Ponte sullo Stretto, ma anche sulle cosiddette soft infrastructure, ovvero le riforme strutturali che determinano la qualità del sistema nel suo complesso.
Per il business travel, il messaggio è diretto: la qualità degli spostamenti dipende in larghissima misura da quanto il sistema-Paese investe e decide sulle infrastrutture. E l’Italia, su questo fronte, ha ancora molto da fare.
Intermodalità: la partita che l’Italia deve vincere
Il punto più rilevante per i travel manager e i responsabili flotte è quello dell’intermodalità treno-aereo, che Giuricin ha trattato come una delle grandi opportunità — e al tempo stesso dei grandi nodi irrisolti — del sistema di mobilità italiano.
Il collegamento ferroviario con gli aeroporti è ancora disomogeneo: da Bergamo, passando per le principali stazioni dell’Alta Velocità, fino alla futura stazione di Fiumicino, il Paese sta cercando di costruire una rete integrata, ma i limiti sono evidenti. L’Alta Velocità in aeroporto è ancora l’eccezione, non la regola, e le alleanze tra vettori aerei e compagnie ferroviarie — un modello già consolidato in Francia, Germania e Spagna — restano in Italia in una fase embrionale.
Per chi pianifica trasferte d’affari, questo si traduce in inefficienze ancora troppo frequenti: attese, trasbordi, mancanza di bigliettazione integrata. La buona notizia, secondo Giuricin, è che la tecnologia — e in particolare la guida autonoma — potrebbe contribuire a risolvere uno dei problemi più concreti: l’allargamento della catchment area degli aeroporti, ovvero la capacità di rendere raggiungibili gli hub aerei da aree più vaste, riducendo i tempi di connessione urbana e periurbana.

Veicoli autonomi e flotte aziendali: un cambio di paradigma
La guida autonoma non è più fantascienza, e il suo impatto sulle flotte aziendali potrebbe essere trasformativo. I dati presentati da Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, parlano chiaro.
Entro il 2050, lo sviluppo della guida autonoma potrebbe generare in Italia benefici complessivi fino a 6,1 miliardi di euro. Ma i numeri più immediati riguardano la sicurezza stradale, tema cruciale per qualsiasi responsabile della mobilità aziendale: i sistemi autonomi potrebbero ridurre i feriti sulle strade fino al 90%, con un impatto diretto sulla sinistrosità delle flotte e sui costi assicurativi.
Già oggi il 54% degli italiani si dichiara pronto a usare veicoli a guida autonoma, in particolare per spostamenti ripetitivi come i tragitti casa-lavoro o le tratte urbane in condizioni di traffico intenso — esattamente le situazioni più comuni per i dipendenti in mobilità. Giuricin, nella sua presentazione, ha sottolineato come la guida autonoma non sia solo un tema di sicurezza, ma di efficienza sistemica: meno incidenti significano meno ritardi, meno costi, meno pressione sui conducenti professionali.
L’AI nelle flotte: da strumento a strategia
Federico Antonio Di Paola, Presidente di Best Mobility, ha dato voce alla prospettiva operativa di chi gestisce la mobilità aziendale ogni giorno: l’intelligenza artificiale sta già cambiando il modo in cui le flotte vengono pianificate, monitorate e ottimizzate. Le auto diventano “intelligenti” non solo dal punto di vista della guida, ma nella raccolta e nell’elaborazione dei dati che permettono ai fleet manager di prendere decisioni più informate, ridurre i costi e migliorare l’esperienza dei dipendenti in trasferta.
Il potenziale è enorme: manutenzione predittiva, ottimizzazione dei percorsi, integrazione con i sistemi di travel management. Ma per sfruttarlo davvero, serve che le infrastrutture — fisiche e digitali — reggano il passo.
Il contesto geopolitico e la sfida europea
Giuricin ha anche aperto una finestra sullo scenario più ampio, quello della competizione tecnologica globale. L’Europa si trova stretta tra la tecnologia cinese e quella americana nel campo dei veicoli autonomi e dell’elettrico, e rischia di restare indietro se non consolida una propria traiettoria industriale.
Roberto Pietrantonio, Presidente UNRAE, ha aggiunto una nota di preoccupazione regolamentare: l’AI Act europeo introduce norme necessarie, ma c’è il rischio che una complessità normativa eccessiva sposti altrove lo sviluppo tecnologico, indebolendo la competitività del Vecchio Continente proprio nel momento in cui la posta in gioco è più alta.
Per il business travel, questo si traduce in una domanda concreta: le soluzioni di mobilità intelligente che le aziende italiane vorranno adottare nei prossimi anni saranno sviluppate in Europa, o dipenderemo da tecnologie esterne?

Cosa resta sul tavolo
L’evento di ieri ha confermato che la mobilità aziendale non è più un tema periferico: è al centro della trasformazione economica e infrastrutturale del Paese. Per i travel manager e i fleet manager, i messaggi da portare a casa sono sostanzialmente tre.
Primo: l’intermodalità è ancora il punto debole del sistema italiano, e chi pianifica trasferte deve fare i conti con gap infrastrutturali che nel breve termine non spariranno da soli. Secondo: la guida autonoma e l’AI nelle flotte non sono tecnologie del futuro remoto — i benefici concreti, dalla riduzione della sinistrosità all’ottimizzazione dei costi, sono già misurabili e stanno diventando un fattore competitivo. Terzo: il quadro normativo europeo è in rapida evoluzione, e le aziende che si muoveranno per tempo nell’adozione di queste tecnologie avranno un vantaggio reale.
Il Senato, ieri, ha ospitato una conversazione importante. Ora tocca alle imprese tradurla in scelte operative.
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