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CBRE e Minor Hotels: i brand alberghieri come leva per i rendimenti degli investitori

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CBRE e Minor Hotels a Milano: in Italia solo il 22% delle camere è brandizzato. I soft brand attraggono investitori e rafforzano l'hospitality.

Quale ruolo svolgono i marchi alberghieri nella creazione di valore per gli investitori? È la domanda al centro dell’evento “Are Hotel Brands the new tool to maximize investors’ returns?”, organizzato ieri, 29 settembre, da CBRE, leader globale nei servizi e nella consulenza nel commercial real estate, in collaborazione con Minor Hotels, proprietario e operatore alberghiero tra i principali a livello globale. L’appuntamento si è tenuto all’NH Collection Milano CityLife, dove esperti e operatori del settore si sono confrontati sulle dinamiche del mercato e sul peso crescente dei brand nelle strategie di investimento.

“Nell’hospitality il valore di un asset dipende sempre più dalla capacità di integrare visione immobiliare e competenza operativa”, ha dichiarato Mirko Baldini, CEO Italy di CBRE. “È su questo principio che CBRE ha costruito il proprio approccio nel settore alberghiero: una piattaforma integrata che affianca investitori e proprietari lungo l’intero ciclo di vita dell’hotel. Dalla definizione della strategia di investimento alla valutazione dell’asset, dall’individuazione delle migliori soluzioni di finanziamento alla selezione dell’operatore e del brand più adatti, fino ai progetti di design, riposizionamento e sostenibilità, mettiamo a disposizione dei nostri clienti un team di specialisti che lavora in modo coordinato, con una prospettiva sia locale sia globale. In un mercato come quello italiano, ricco di potenziale e di opportunità ancora da esprimere, il nostro obiettivo è essere il partner di riferimento per valorizzare ogni asset nel lungo periodo“.

 

Domanda in crescita e investimenti oltre i 2,3 miliardi

Secondo i dati presentati da CBRE, l’Italia si conferma tra le principali destinazioni europee per domanda ricettiva, con 308 milioni di presenze alberghiere, il 57% delle quali di provenienza internazionale. Le previsioni indicano un tasso annuo di crescita composto (CAGR) della domanda pari al 4,3% fino al 2030, superiore alla media europea stimata al 3,8%, con un incremento atteso della domanda internazionale ancora più sostenuto, pari al 5,3% CAGR.

Fondamentali solidi che continuano a sostenere l’interesse degli investitori. Dal 2019 il settore alberghiero rappresenta tra il 10% e il 12% degli investimenti immobiliari in Europa e, per il 2026, in Italia sono attesi volumi superiori a 2,3 miliardi di euro.

 

Cambia il profilo di chi investe

A cambiare, però, è l’identità degli investitori. Dal 2019 sono cresciuti in modo significativo gli sviluppatori e i proprietari con una visione orientata alla gestione operativa e di lungo periodo, la cui presenza è triplicata. Parallelamente, la quota degli investment manager si è ridotta di circa il 20%.

Solo il 22% delle camere italiane è brandizzato

Sul fronte dell’offerta, l’Italia presenta uno dei più ampi margini di crescita in Europa in termini di brandizzazione. Oggi solo il 22% delle camere è affiliato a un marchio, contro il 62% del Regno Unito, il 55% della Francia, il 48% della Germania e il 46% della Spagna. Un divario che rappresenta un’opportunità concreta per gli investitori: la presenza di un brand rafforza la finanziabilità dell’asset, ne aumenta la liquidità in fase di dismissione e ne riduce il rischio operativo.

Soft brand: identità dell’hotel e solidità del grande gruppo

Ampio spazio, durante la serata, è stato dedicato proprio al ruolo dei brand e in particolare dei soft brand, indicati come una formula particolarmente adatta al mercato italiano. Questo modello consente alle strutture di mantenere nome, identità e design, beneficiando al tempo stesso dell’affiliazione a un grande gruppo alberghiero, dei suoi canali distributivi, dei programmi loyalty e degli standard di servizio. A differenza dei brand tradizionali, che tendono a standardizzare l’esperienza, i soft brand permettono di preservare l’unicità dell’hotel.

In un Paese caratterizzato da un ricco patrimonio di edifici storici e da una crescita dell’offerta trainata soprattutto da conversioni e riposizionamenti, il soft brand unisce il valore dell’autenticità alla solidità operativa dei grandi operatori. Il risultato, sottolinea CBRE, è una maggiore capacità di generare valore, sostenere tariffe premium e rendere l’asset più attraente agli occhi degli investitori.

Per il mondo del business travel il tema non è marginale: l’appartenenza a un gruppo internazionale porta con sé loyalty, distribuzione e standard di servizio riconoscibili, elementi che pesano nelle scelte di chi viaggia per lavoro e di chi ne gestisce le policy, anche quando l’hotel conserva un’identità propria.

Gonzalo Aguilar, Chief Executive Officer di Minor Hotels Europe & Americas

Sul versante degli operatori, Gonzalo Aguilar, Chief Executive Officer di Minor Hotels Europe & Americas, ha spiegato:

“L’Italia rappresenta un mercato di crescita strategico per Minor Hotels e siamo posizionati in modo eccezionale per coglierne appieno il potenziale. Con già 60 hotel suddivisi su sette brand, un team locale di grande esperienza e una solida piattaforma internazionale che abbraccia distribuzione, loyalty, revenue management e risorse commerciali, uniamo una profonda conoscenza delle dinamiche del mercato italiano a una portata e scala globali. Il nostro portafoglio di 12 marchi, tra hard e soft brand, ci permette di applicare un approccio ‘asset-right’, cucendo su misura il brand e il modello operativo più adatti a ciascuna destinazione, immobile, proprietario o investitore e segmento di mercato. Questa flessibilità ci consente di accelerare una crescita sostenibile in Italia, preservando l’individualità e valorizzando nel lungo termine ciascuna proprietà”.

Leggi Anche: Minor Hotels lancia Colbert Collection: nuovo soft brand premium

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