Dopo averci raccontato L’impatto economico dell’attacco all’Iran sul mondo dell’aviazione secondo Jarach, il professore alla Bocconi e Founder ed Executive Chairman della società di consulenza Diciottofebbraio, nonché nostro esperto nella prima edizione dell’Evento Beyond the Borders (Leggi qui: Il mondo del Business Travel va in scena a Beyond The Borders), approfondisce l’argomento sottolineando la dicotomia tra un mondo sempre meno globalizzato ma legato a doppio filo allo sfruttamento (e al transito) delle materie prime.
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L’aviazione commerciale ai tempi dell’attacco all’Iran secondo il professor David Jarach
“Il conflitto nel Golfo Persico, con la chiusura al transito dello stretto di Hormuz, ha posto in platica evidenza l’interconnessione a livello globale delle linee di rifornimento e le conseguenze sistemiche legate ad una loro interruzione. Nello specifico, si può affermare che, alla deglobalizzazione in essere a livello geo-economico, si contrapponga una perseveranza della globalizzazione delle materie prime, con impatti a cascata a livello mondiale in seguito ad un evento puntuale locale.
Nel caso del trasporto aereo è ormai di pubblico dominio l’allarme lanciato dalle associazioni europee di categoria per la possibile scarsità di carburante avio a partire da fine del prossimo maggio, nel caso non fossero ristabilite al più presto le vie usuali di comunicazione marittima. A tal proposito, basti pensare come l’Europa da sola consumi ogni anno circa 60 milioni di tonnellate di jet fuel importandone il 35% e che la capacità di raffinazione all’interno dei nostri confini regionali sia limitata, alla luce delle politiche di Green Deal che hanno chiuso numerosi impianti e delegato all’estero la produzione del prodotto finito. Peraltro, anche gli Stati Uniti, primi produttori mondiali di greggio, sono importatori netti di jet fuel dalla Corea del Sud, la quale sta sperimentando un drammatico calo delle forniture di petrolio dal Golfo Persico: da qui si può comprendere, dunque, come l’allarme europeo rivesta in realtà una prospettiva ben più globale.
Con il prezzo del jet fuel già più che raddoppiato dallo scoppio delle ostilità, l’impatto più visibile nel breve termine sarà certamente un incremento, peraltro già in essere da parte di alcuni vettori, delle tariffe aeree, a cui si potranno affiancare, nei casi più estremi, blocchi a terra di capacità produttiva e soppressioni di connessioni non più sostenibili dal punto di vista economico anche dopo l’aumento dei prezzi dei biglietti. In questo scenario, la preoccupazione è che l’industria delle aerolinee possa anche sperimentare, accanto al già evidente aumento dei costi operativi, un calo della domanda sia d’affari che turistica, con l’aumento delle tariffe che esaurirà più rapidamente i budget per i viaggi d’affari e la propensione al viaggio da parte dei diportisti. Per il traffico leisure, a fronte dell’incertezza dello scenario geo-politico per i prossimi mesi, è in realtà plausbile che si possa rivedere uno scenario simile al periodo post-Covid, con un calo del volato intercontinentale a fronte del consolidamento di viaggi a breve-medio raggio, a tutto vantaggio dei vettori low cost. In sostanza, il primo sconfitto dell’attuale guerra del Golfo è proprio l’industria delle aerolinee che, sulla base di quanto appena affermato, annullerà per l’anno corrente tutta la profittabilità attesa solo ad inizio anno dalla IATA“.
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