C’è una parola che riecheggia nei corridoi degli uffici travel di mezzo mondo mentre inauguriamo questo 2026: ottimismo. Ma è un ottimismo che indossa l’elmetto. Secondo l’ultimo report della GBTA (Global Business Travel Association), che ha interrogato quasi 600 professionisti del settore, la voglia di rimettersi in cammino non manca, ma le regole del gioco si sono fatte improvvisamente più rigide.
Se nel 2025 abbiamo festeggiato il ritorno alla normalità, il 2026 ci chiede di diventare dei maestri dell’efficienza. Da viaggiatore che mastica aeroporti e lounge, leggendo i dati una cosa appare chiara: il viaggio d’affari non è più solo una questione di “dove e quando”, ma di “a quale costo (e con quanta privacy)”.
Budget in crescita, ma l’inflazione morde i sogni
I numeri parlano chiaro: l’84% degli acquirenti prevede che la spesa rimarrà stabile o aumenterà. Un dato che farebbe brindare qualsiasi fornitore, se non fosse che questo aumento (stimato intorno al 12%) serve spesso solo a coprire i rincari di voli e hotel.
Non è più l’epoca dei viaggi “open budget”. Il 70% dei Travel Manager oggi mette al primo posto la convenienza. La vera sfida del 2026? Bilanciare il controllo dei costi con la soddisfazione del viaggiatore. Perché un dipendente stanco o frustrato da una politica di viaggio troppo restrittiva è un dipendente che produce meno. E le aziende lo hanno finalmente capito.

L’ombra dei nuovi visti: il “Fattore USA” spaventa l’Europa
Qui il tono si fa serio. Il punto più spinoso del sondaggio riguarda le nuove proposte del governo statunitense sui requisiti ESTA. Selfie biometrici, accesso ai social media, dettagli sui familiari: una stretta che sta facendo storcere il naso, specialmente a noi europei.
Il dato è quasi scioccante: due professionisti europei su tre (67%) dichiarano che i propri dipendenti preferirebbero rinunciare al viaggio negli Stati Uniti piuttosto che cedere dati così sensibili. Non è solo burocrazia, è una questione di principi. Il risultato? Il 43% delle aziende sta già pensando di spostare i propri meeting fuori dai confini americani. Se il 2026 doveva essere l’anno della massima mobilità, rischia di diventare quello in cui cerchiamo alternative a stelle e strisce.
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IA: Più analisi, meno “fantascienza”
E l’Intelligenza Artificiale? Dopo anni di chiacchiere futuristiche, nel 2026 l’IA si è rimboccata le maniche. Non ci aspettiamo più che un robot ci rifaccia il letto, ma vogliamo che ci aiuti a capire dove stiamo sprecando soldi. L’attenzione si è spostata su:
Prezzi dinamici: Ottimizzare ogni centesimo grazie ad algoritmi predittivi.
Reporting automatico: Meno tempo sui fogli Excel, più tempo per la strategia.
Sicurezza: Proteggere i viaggiatori dalle truffe legate all’IA, una preoccupazione che sentiamo molto più forte noi fuori dagli USA.

Il verdetto: viaggiare meno, viaggiare meglio?
Il settore è resiliente, questo è certo. Ma la parola d’ordine per i prossimi dodici mesi è selettività. Con l’aumento delle complicazioni transfrontaliere e la pressione sui budget operativi (molte TMC stanno bloccando le assunzioni per contenere i costi), ogni trasferta dovrà giustificare il proprio ROI (Ritorno sull’Investimento).
Il business travel nel 2026 non è morto, anzi: è solo diventato più adulto. Meno avventato, più analitico e decisamente più attento ai diritti di chi, con la valigia in mano, costruisce il futuro dell’economia globale.
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